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Riforma
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In musica gli albori del Rinascimento

by Paolo Fabbri

Hopkinson Smith è alto, allampanato, volto magro su cui spunta facile un sorriso accattivante; le mani sono lunghe, le dita affusolate traggono suoni dal liuto e dalla vihuela) anctico strumento a corde della famiglia dei liuti) come la brezza passa tra le foglie di un bosco in uno stormir di fronde. Il suono appare e scompare, passa come uno spiritello che un momento si vede e il momento successivo è sostituito da un altro, anzi da una folla, da una cascata di altri, che si rincorrono, lasciando una traccia lieve come sospiro di rondine, che si unisce ad altre in un’indissolubile, incredibile catena armonica, che volge in fraseggio, poi in discorso poetico fatto di note, note antiche, figlie di un tempo remoto, fremito di bellezza ansiosa di manifestarsi. Dice Johan Huizinga, il grande studioso del Medio Evo: «L’aspirazione a una vita più bella ha in ogni tempo visto dinanzi a sé tre vie. (…) La prima conduceva fuori del mondo. (…) La seconda conduceva al miglioramento e al perfezionamento del mondo stesso. (…) Il terzo sentiero conduce nel regno dei sogni». (L’autunno del Medio Evo, Sansoni).
Facendo uscire dalla vihuela la musica di Luys Milan (Intavolature del 1536) e dal liuto quella di Francesco Da Milano (1497-1543) il virtuoso americano interpreta il sogno che, per lo spagnolo, pur coevo di Da Milano, esce dal lungo autunno del Medio Evo con il suo codice d’onore, la cavalleria, l’amore celebrato nel Roman de la rose, l’epica dello scontro diretto risolutore; mentre per l’italiano scaturisce dalla primavera del Rinascimento con lo slancio romantico del gotico che si converte negli archi a tutto sesto e nelle colonne della civiltà greco romana, cercando vie nuove più razionali per una bellezza diversa. Il confronto è reso stimolante dall’intensità interpretativa del liutista americano che riesce, grazie alla sua incredibile abilità, a esprimere un’interpretazione capace di immergere gli spettatori in atmosfere sospese, con la fantasia che vaga immaginando scene d’altri tempi.
Credo che si potrebbe dire di lui quello che Pontus de Tyard, un fine umanista francese di passaggio a Milano, dopo avere ascoltato l’eccelso Francesco Da Milano in occasione di una festa sontuosa, ebbe a scrivere: l’effetto dell’esecuzione era stato tale che lasciò ai presenti «sì grande meraviglia come se fossimo stati rapiti da un trasporto estatico da parte di qua l che di v ino f urore». Qu ando Hopkinson Smith ha chiuso il programma ufficiale, restando con la testa chinata sullo strumento per mezzo minuto, avevo pensieri simili.
Milano – Fondazione Marco Fodella. Sagrestia di S. Marco 20 ottobre

 

 

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